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Esproprio, atto di lesa maestà alla venerata dottrina dei fondamentalisti liberisti: tanto era stato il Primo Maggio boliviano del Decreto Supremo n° 28701 agli occhi dei predicatori di un inconsistente libero mercato.
Dopo anni di saqueo, nei quali alla Bolivia (e, va da sé, pure meno ai boliviani) andava la briciola dei miliardari profitti razziati dalle multinazionali degli idrocarburi [18%], il Decreto Supremo n° 28701 altro non faceva che riequilibrare la bilancia del settore nei più logici e naturali termini della giustizia sociale, che non sono i termini più logici e naturali di questo mondo per ragioni che non è qui il caso di riprendere.

Dal 1° Maggio, spettavano sei mesi di tempo alle compagnie petrolifere per decidere se tagliare o meno i propri rapporti con La Paz: scadenza che è coincisa con gli accordi raggiunti in questi giorni tra la Bolivia di Evo Morales e le 10 compagnie attive nel paese andino, tra cui la francese Total, la statunitense Vintage, la brasiliana Petrobras, l'ispano-argentina Repsol Ypf e la britannica British Petroleum. Una notizia che, arricchita dallo storico accordo per il gas boliviano raggiunto con l'Argentina e di cui ha già scritto Gennaro nei giorni scorsi, non è certo senza conseguenze per la casse dello stato boliviano, che si conta possa così finanziare-e-programmare i più prossimi programmi di sviluppo economico e soprattutto umano. Ed è la stessa opposizione interna alla democrazia boliviana a riconoscere, non senza imbarazzi, gli storici benefici del così impostato processo di nazionalizzazione. Una vittoria storica, una vittoria della storia.

Notizia di oggi riguarda invece i tempi della transizione: i contratti - variabili per quota di profitti destinata alle compagnie straniere - dovranno infatti essere approvati prima dal Congresso, in ragione dell'articolo 59 della Costituzione. Difficilmente il percorso legislativo terminerà prima della fine del 2006: nel mentre, come da conferma arrivata da La Paz, continuerà a valere la precedente legislazione in materia.

Dettagli contrattuali a parte, la svolta boliviana è chiara: sono serviti anni di costrizioni, anni di soffocamenti e diritti negati per battere le resistenze di coloro i quali negavano (e negherebbero ad oggi, se fosse data loro l'occasione) la superiorità indiscussa del futuro sul passato, sia questo segnato dal saqueo delle risorse naturali o dalla conduzione latifondista.

Nel nuovo numero di Latinoamerica, numerosi gli spunti, le riflessioni, le opinioni sulla Rivoluzione Cubana: materiale che ben rivela tanto la strumentalità quanto la cecità della grande informazione quando si parla di Cuba, di Fidel Castro e della Revolución. (Andando oltre il tema di questo post, non posso non menzionare, nello stesso numero della rivista diretta da Gianni Minà, due mirabili interventi dedicati ad Ernesto Guevara che ne evidenziano tutto lo "spirito critico": l'uno di Roberto Fernández Retamar - [...] Lui mi dette il dattiloscritto della lettera a Carlos Quijano meglio nota come “Il socialismo e l’uomo a Cuba”; e io detti a lui il mio saggio “Martí nel suo [terzo] mondo”, da poco pubblicato sulla rivista “Cuba socialista”. Dopo aver letto la sua lettera, mi dichiarai  d’accordo sulla maggior parte del testo, ma gli feci presenti alcune discrepanze. Il Che mi suggerì di pubblicarle. Gli risposi con poche parole rudi, il cui concetto era che non credevo che ci fosse qualcuno, a Cuba, che osasse pubblicare le mie discrepanze con “l’eroe di Santa Clara” [così era conosciuto allora, per antonomasia, il Che]. Mi rispose: Io. Mi sono ricordato di come fosse amante della polemica; aveva perfino creato una rivista al Ministero dell’Industria a questo solo scopo [...] -, l'altro di Osvaldo Martínez, che presenta l'opera non ancora edita in Italia "Apuntes críticos a la economía política".

Leggere il numero di Latinoamerica qui solo brevemente presentato, mi ha fatto venire in mente un pensiero ad oggi castrato, perché legato ad una delle notizie più inutili, sporche, vigliacche e amorali che La Repubblica abbia mai pubblicato - quotidiano di centrosinistra, e lo ricordo per evidenziare come sia nei termini della logica che Libero o il Giornale berlusconiano pubblichino notizie inutili, sporche, vigliacche e amorali. Tirar fuori il pensiero, per quanto modesto, significa pure dar spazio a una notizia (notizia?) verso la quale non è difficile capire come io sia orientato - almeno dagli aggettivi usati per definirla (inutile, sporca, vigliacca, amorale).

Repubblica, in realtà, non fa altro che piazzare in prima pagina un'indiscrezione sulla salute di Fidel Castro raccolata dal Time Magazine. Fonte: "esponenti dell'intelligence americana". Chiosa: "si tratta, ovviamente, di un'indiscrezione non verificabile: lo stesso settimanale non esclude che possa non essere del tutto accurata."
Che è un passo in avanti, ben inteso: se per tutti gli articoli su Cuba fosse valsa la regola di discernere l'illazione dalla notizia - in modo manifesto, per quanto solo a fondo articolo - quanti articoli avrebbero perso quell'aura di giornalismo obiettivo e sopra le parti? Meglio, per quanti articoli sarebbe emersa in superficie l'essenza (diretta o indiretta, importata o esportata) di giornalismo terroristico?

A chi scrive non interessa sostenere che Castro abbia o non abbia il cancro, dacché vorrebbe dire rispondere ad una volgare illazione con una volgare illazione. Le ultime notizie che arrivano, non già da Cuba ma dagli Stati Uniti, e che non suppongo io ma che hanno come fonte Dagoberto Rodríguez (capo della Sezione di Interessi di Cuba a Washington), sono comunque d'altro tenore.

Però tengo a centrare un altro punto, che si pone ad un livello più generale: lo stato di salute di una persona, sia questa un capo di Stato o un cittadino titolare di diritti, fino a che punto può essere svenduto all'opinione pubblica?
Forzando il senso della domanda: i giornalisti di Repubblica e del Corriere si indignano - a ragione e senza torti, ma non è questo il punto - e scrivono articoli con l'accetta nel momento in cui uno dei loro giornalisti si scopre intercettato, ma nello stesso tempo non si tirano indietro nel rilanciare informazioni non verificate attenenti lo stato di salute di una persona (aspetto che ritengo non meno inviolabile dei più elementari diritti).

Il diritto di cronaca è una cosa, il dovere di porre un limite all'abuso di tal diritto è un'altra: se a Cuba si è scelto di non rilanciare un bollettino giornaliero, ritengo che non si possa parlare di diritto di cronaca nel senso di sostituire con il terrorismo mediatico (o, laddove non c'è strumentalità, con un'amoralità imbarazzante) quell'intervallo di tempo tra un riguardoso aggiornamento ufficiale sulle condizioni di salute e un altro.

Chiudo: il Time Magazine, per voce dell'intelligence americana, non dice niente di diverso da quello che - dall'alba dei tempi ad oggi - vendevano e vendono per vero le voci del Miami Herald sulla salute del cinquantenne Castro o dell'ottantenne Castro. Posso permettermi d'avanzare solo un'ipotesi sulla salute del Líder Máximo: se il salone del Palacio de la Revoluciòn adibito a laboratorio per il risparmio energetico, fosse stato usato per raccogliere i bollettini medici che arrivavano da Miami sulla salute di Castro, oggi il Líder Máximo si ritroverebbe con un salone pieno di incartamenti. E soprattutto con un'ipocondria a livelli cronici.

Ott 0623

Guatemala: piccole storie ignobili

Pubblicato da Web Rebelde alle 17:43 in Notizie dal mondo, Politica estera


Succede questo in Guatemala: in forza del diritto commerciale - supermercato dei diritti - la Corte de Constitucionalidad de la República de Guatemala riconosce ragione alla farmaceutica Lanquetin S.A., impresa privata appellatasi alla Corte proprio per denunciare la vendita ed impedire la distribuzione di quei medicinali che l'Instituto Guatemalteco de Seguridad Social (IGSS) aveva acquistato dall'Organizzazione Panamericana della Sanità; secondo la Lanquetin, e poi per la Corte Costituzionale, i farmaci più economici venduti dalla PAHO difettavano di registrazione sanitaria guatemalteca e doveva quindi esserne bloccata la diffusione. Da qui la mobilitazione dei familiari dei circa 6000 guatemaltechi affetti da patalogie croniche quali SIDA/AIDS, infermità cardiovascolari e del sistema nervoso centrale, sclerosi multipla e soprattutto insufficienza renale e cancro. Piccola storia ignobile, cantava Guccini: e d'ignobile c'è tutto, ma non il ripensamento della Corte, che - sollecitata dall'IGSS e dalle mobilitazioni dei familiari - ha rivisto la propria decisione e ammesso l'errore. I farmaci, va da sé, non difettavano d'alcun controllo sanitario di qualità.

Che quei farmaci non fossero farmaci qualunque, che fossero farmaci vitali, cambia il tono e il senso del discorso ma non lo stravolge. Perché impone una considerazione che vada oltre la notizia: su una popolazione totale fatta da 13 milioni di guatemaltechi, solo il 30% fruisce dell'assistenza sanitaria pubblica, perché solo il 30% può pagarsi l'assistenza sanitaria pubblica: e tra questi i 6.000 cittadini di cui sopra, la cui salute finisce in balia di avvocati, contratti, codici. Per gli altri ci penserà la Madonna.

Non servono molte indagini per capire che - in un conteso nel quale non c'è indicatore sociale esonerato dall'evidenziare una qualche disparità - l'assicurazione sanitaria sia in Guatemala un bene di lusso: basti dire, ma non basta, che se il 54% della popolazione è sotto la soglia di povertà, la media nasconde una ben più drammatica situazione delle popolazioni native, il cuore dell'America Latina; stesso discorso può valere per la mortalità materna ed infantile, per la denutrizione infantile (che riguarda il 72% dei bambini Maya nel primo anno di vita), per la quota d'analfabetismo, per il reddito medio, e per una copertura pensionistica privata ai 3/4 dei lavoratori (ma basterebbe chiedersi quanti arrivano alla pensione, di quei 3/4 perlopiù privi d'assistenza sanitaria). E se in Guatemala lavora da anni una brigata "Dottor Guevara de la Serna" fatta di chirurghi, psicologi, dentisti, ginecologi, ostetriche, infermieri, fisioterapisti, clinici, cardiologi e medici generali, sputatemi in faccia ma tra l'internazionalismo pacifico di una dittatura e il niente criminale di una democrazia criminale che non prova e non provoca imbarazzi per i genocidi di ieri e i crimini di oggi, non faccio fatica a scegliere. Incondizionatamente.

 Poi c'è Condoleezza Rice, figlia legittima di una vomitevole amministrazione (per amore di chiarezza): vorrebbe, questa, che D'Alema si schierasse a favore del cui sopra Guatemala al Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Da leggersi: fan meno rumore i desaparecidos guatemaltechi di una voce alternativa al blocco atlantico in sede ONU.

Ott 0619

USA: il mito della sicurezza nazionale

Pubblicato da Web Rebelde alle 17:09 in Notizie dal mondo, Politica estera



Tremate reazionari: crederete mica che sia senza conseguenze l'unilateralismo con il quale lo spazio stellato viene ascritto - con una certa nochalanche - a proprietà privata statunitense?
Intanto che Kant si fa paonazzo, gente di specie diversa - un po' meno barbudos, con qualche roccia scolpita dal vento a far da omaggio al José Martí del posto, e con un paio di crateri in sostituzione della Sierra Maestra - non prenderà bene la notizia.

Ma non è che quaggiù, tornando (?) seri, venga più comodo stendere un tappeto rosso al Military Commissions Act of 2006, firmato pressoché in accoppiata con l'atto d'occupazione che sancisce la "Politica nazionale dello spazio". Ricevo dalla newsletter di Latinoamerica una lettera dell'Associazione Statunitensi per la pace e la giustizia, in cui "ci si chiede se il Ministero degli Esteri italiano ha in programma di diramare un avviso per i cittadini italiani che intendono recarsi negli Stati Uniti [...] Tale avviso dovrebbe spiegare che la nuova legge lascia al presidente decidere, secondo una definizione vaga ed ambigua, chi è un "combattente nemico illegale" [...] Infine, l'avviso dovrebbe ricordare ai viaggiatori che nel gennaio del 2006 la Kellogg, Brown & Root, filiale del gruppo Halliburton, ha vinto un contratto per 385 milioni di dollari per costruire negli Stati Uniti centri di detenzione, le cui località non sono state rivelate, da utlizzare, come si legge in un comunicato stampa della KBR, per "lo sviluppo rapido di nuovi programmi".

Los cinquos, per dire, sarebbero tranquillamente "combattenti nemici illegali", e non c'è imbarazzo nel dire che il Military Commissions Act of 2006 legalizza la tipologia di trattamento riservata ai "cinque". O peggio: detenzione senza obbligo di fornire prove di colpevolezza, legalizzazione della tortura come strumento d'acquisizione di prove, processo militare e rifiuto del riconoscimento della protezione legale. Tra le altre cose. Mica un elenco di tutto ciò che non è la Democrazia, piuttosto un elenco di tutto ciò che la Democrazia può diventare.

È una delle leggi peggiori mai approvate nella storia americana [...] La gravità sta nel fatto che adesso il presidente può, con l'approvazione del Congresso, detenere a tempo illimitato persone a cui non è stata formulata alcuna accusa, sospendere le norme che impediscono gli abusi più terribili, consentire processi sulla base di dicerie, autorizzare giudici a emettere condanne a morte sulla base di affermazioni raccolte da detenuti picchiati e respingere petizioni formulate in base all'Habeas Corpus [...] Nulla potrebbe essere più lontano dai valori americani.
(Anthony Romero, ACLU)

Ora, il punto centrale non è la legalizzazione della tortura, per quanto già questa dovrebbe avviare ad una qualche riflessione (ricorda da vicino la dottrina fatta propria dai giudici dell'Inquisizione che - mezzo millennio fa, per il tramite delle torture - riuscivano a far confessare voli planati a cavallo di una scopa). È proprio il senso generale della legge, della dottrina che ne sta alla base, che dovrebbe quantomeno avviare ad una riflessione sul senso della Democrazia. Come funziona? Quante porte s'aprono - verso qualcosa che non saprei definire - anteponendo ad ogni proclama od infilando qua e lì, in una legge criminale, la religiosa formula che suona come "sicurezza nazionale"?


Nella vignetta Posada Carriles e il Miami Herald

Wilfredo Cancio, Pablo Alfonso e Olga Connor: tre giornalisti della "libera" e "democratica" informazione statunitense, uniti per essere - insieme appassionatamente - nella busta paga del governo degli Stati Uniti d'America. Numeri che non ipotizzo, numeri che sono: dal 2001 ad oggi, Alfonso ha ricevuto qualcosa come 175.000 dollari; e devono essere sembrati un bel motivo per dar corpo all'attività anticastrista ed anticubana attraverso Radio Martí e TV Martí. Più miseri ma non meno vomitevoli i compensi entrati nelle tasche di Cancio e della Connor: rispettivamente 15.000 e 71.000 dollari.

Ma se in fondo denudare i grandi proclami sulla libertà di stampa, per mostrarne il volto artificioso e mercenario che si dissimula non già nella libertà di stampa ma (altra cosa) nella moltiplicazione indifferente delle testate, se tutto questo non provoca alcun mal di pancia alla "libera" informazione "democratica" del mondo occidentale, penserete mica che qualcuno vi avvisi del fatto che quello stesso carattere artificioso e mercenario è interiorizzato a tal punto da rendere tappa obbligatoria la rinascita professionale dei tre giornalisti (che è tale anche senza lo sforzo di variare il luogo del delitto)?
In fondo, che l'editore Jesús Díaz si dimetta dal proprio incarico e che Pablo Alfonso, con la buona compagnia di Wilfredo Cancio, accetti senza imbarazzi di ritornare al Miami Herald in forza della campagna di boicottaggio degli anticastristi e finanche anticubani, non è una congiuntura sfortunata della libera stampa occidentale: è piuttosto un sintomo di un imbastardimento generale, di là come di qua.

Di Enzo Biagi - toh, un giornalista - ricordo almeno una citazione a tema che, parafrasando, suonava armonicamente così: Ognuno deve avere un suo momento di cretinaggine. Chi nella vita non ha fatto errori? Ma essere cretini per conto terzi...

Ma nessuno sbigottimento, per carità: perché cosa c'è oggi di più anacronistico della dignità di dire quel che si pensa, in un sistema nel quale i partiti sono espressione più dei gruppi aziendali che non dei gruppi popolari? In altri termini, se la Democrazia può essere venduta - purché dissimulandone l'atto d'acquisto - qual è l'ostacolo che si dovrebbe frapporre alla libera espressione di quell'ormai perduto senso di Democrazia? O, ancora, se Kissinger può contare in bacheca un Premio Nobel per la Pace, perché non il Pulitzer a Pablo Alfonso?

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