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Blogosfere
Nov 0614

Contrordine compagni

Pubblicato da Administrator alle 13:49 in WebRebelde


CheQuesto blog un po' ribelle e un po' rebelde, ha ospitato pensieri talvolta giusti e talvolta meno, ma comunque sempre figli del momento e mai senza sincerità.

Qui andrebbero i saluti, l'apologia di Blogosfere, il futuro della vita sulla Terra, il futuro del nanopublishing, i ringraziamenti e tutto il resto che si usa nei saluti di rito: ma non sono adatto alle formalità e quindi sia compito del lettore sostituire le mie manchevolezze, come meglio crede, come meglio suggerisce la sua immaginazione.

Per quelli che avevano già sottoscritto il feed di questo blog, e per tutti gli altri ardimentosi che passavano comunque di qui, invito a mandare un'e-mail al sempre valido indirizzo diego.webrebelde@gmail.com: vi farò avere novità, e magari è pure l'occasione per contarsi e conoscersi, qualora lo vogliate.

Auguro buona fortuna a Blogosfere, e mi congedo con un arrivederci per tutti coloro i quali avranno ancora la voglia di leggere i modesti pensieri di chi scrive.

Diego

Nov 06 3

Che Guevara: film e Rivoluzione

Pubblicato da Web Rebelde alle 19:09 in Ernesto, Libri&Film, Notizie dal mondo, Società


Leggo con piacere e curiosità esponenziali la notizia secondo cui nel 2008 - non prima, benché nell'ottobre del prossimo anno cada il 40° anniversario della morte del CHE in Bolivia - termineranno le riprese di tre opere cinematografiche dedicate ad Ernesto Guevara e curate da Steven Soderbergh: due film (The Argentine e Guerrilla) ed un documentario storico fatto d'incontri e conversazioni con chi il CHE l'ha conosciuto non già attraverso le biografie di John Lee Anderson o Paco Ignacio Taibo II (di quest'ultimo, LA biografia) o - più supinamente - attraverso gli articoli di Alvaro Vargas Llosa tradotti dal Corriere, ma nei campi di battaglia figli di un momento e di un contesto storico nel quale solo la lotta rivoluzionaria armata risultava essere la via per una piena liberazione.

Oggi si sa qualcosa in più: i dettagli finanziari poco mi interessano, se non nell'aspetto per cui i lavori di Soderbergh (sul cui sito sono peraltro già presenti alcune foto di uno dei due film) saranno utili alla costruzione del "Centro Che" a Cuba, da quanto leggo nell'ultimo numero di Latinoamerica; le sceneggiature saranno curate da Peter Buchman, e la prima di queste ("The Argentine") dovrebbere riprendere il filo avviato ed interrotto dal magnifico lavoro di Walter Salles "I diari della motocicletta", per ritrarre l'esperienza rivoluzionaria a Cuba nella fase del conflitto armato contro la dittatura batistiana; di "Guerrilla" (il secondo film, almeno in ordine di cronologia storica) sono già state girate le prime scene del viaggio di Guevara a New York nel 1964, per il discorso davanti alle Nazioni Unite, e si presume poi ripercorra - su un livello narrativo psicologico - gli ultimi suoi giorni Bolivia, nell'ultima e fatale lucha revolucionaria.

Ma quando si parla di Guevara, in fondo anche nel modo più superficiale qual è dare la notizia del lancio di un biopic cinematografico, criminale sarebbe non parlare di Rivoluzione: è un coappartenersi, puro. Guevara non è senza la storia e l'idea di Rivoluzione, il senso di Rivoluzione - pur d'attualizzare - non è senza Guevara.
Alberto Granado, protagonista rappresentato ne "I diari della motocicletta", ha detto con chiarezza disarmante come sarebbe censurabile porre l'esempio di Guevara "al di sopra della realtà".

"Troppo spesso amici in buona fede e nemici per interesse tendono ad elevare la figura di Guevara oltre i limiti umani, tanto che non pare possibile seguirne l'esempio".

Attualizzare Guevara è un compito che va oltre due opere cinematografiche, è un'attività passionale che non ha bisogno di capriole nella linea del tempo e che semmai richiede solo d'indietreggiare e non d'andare oltre (Si queremos un modelo de hombre que no pertenece a este tiempo, un modelo de hombre que pertenece al futuro. Ese modelo es el Che). E credo pure che l'esempio di Guevara, mai morto, non sia meno attuale oggi di ieri, nelle terre dei grandi dimenticati come in quella parte del mondo occidentale persa oggi in forme di governo che alla sovranità popolare han sostituito la dittatura della sovrastruttura economica. Per evitare di scivolare nell'astratto, quantunque modesto e istintuale: l'Italia di oggi non ha bisogno che di una Rivoluzione, in grado d'andare più a fondo di una qualunque e criminosa rivoluzione armata in periodo di pace: una Rivoluzione culturale che il riformismo sa solo abbozzare, dando l'idea di un passo avanti che non è mai senza un passo indietro. Una Rivoluzione culturale come obiettivo storico.

Esproprio, atto di lesa maestà alla venerata dottrina dei fondamentalisti liberisti: tanto era stato il Primo Maggio boliviano del Decreto Supremo n° 28701 agli occhi dei predicatori di un inconsistente libero mercato.
Dopo anni di saqueo, nei quali alla Bolivia (e, va da sé, pure meno ai boliviani) andava la briciola dei miliardari profitti razziati dalle multinazionali degli idrocarburi [18%], il Decreto Supremo n° 28701 altro non faceva che riequilibrare la bilancia del settore nei più logici e naturali termini della giustizia sociale, che non sono i termini più logici e naturali di questo mondo per ragioni che non è qui il caso di riprendere.

Dal 1° Maggio, spettavano sei mesi di tempo alle compagnie petrolifere per decidere se tagliare o meno i propri rapporti con La Paz: scadenza che è coincisa con gli accordi raggiunti in questi giorni tra la Bolivia di Evo Morales e le 10 compagnie attive nel paese andino, tra cui la francese Total, la statunitense Vintage, la brasiliana Petrobras, l'ispano-argentina Repsol Ypf e la britannica British Petroleum. Una notizia che, arricchita dallo storico accordo per il gas boliviano raggiunto con l'Argentina e di cui ha già scritto Gennaro nei giorni scorsi, non è certo senza conseguenze per la casse dello stato boliviano, che si conta possa così finanziare-e-programmare i più prossimi programmi di sviluppo economico e soprattutto umano. Ed è la stessa opposizione interna alla democrazia boliviana a riconoscere, non senza imbarazzi, gli storici benefici del così impostato processo di nazionalizzazione. Una vittoria storica, una vittoria della storia.

Notizia di oggi riguarda invece i tempi della transizione: i contratti - variabili per quota di profitti destinata alle compagnie straniere - dovranno infatti essere approvati prima dal Congresso, in ragione dell'articolo 59 della Costituzione. Difficilmente il percorso legislativo terminerà prima della fine del 2006: nel mentre, come da conferma arrivata da La Paz, continuerà a valere la precedente legislazione in materia.

Dettagli contrattuali a parte, la svolta boliviana è chiara: sono serviti anni di costrizioni, anni di soffocamenti e diritti negati per battere le resistenze di coloro i quali negavano (e negherebbero ad oggi, se fosse data loro l'occasione) la superiorità indiscussa del futuro sul passato, sia questo segnato dal saqueo delle risorse naturali o dalla conduzione latifondista.

Nel nuovo numero di Latinoamerica, numerosi gli spunti, le riflessioni, le opinioni sulla Rivoluzione Cubana: materiale che ben rivela tanto la strumentalità quanto la cecità della grande informazione quando si parla di Cuba, di Fidel Castro e della Revolución. (Andando oltre il tema di questo post, non posso non menzionare, nello stesso numero della rivista diretta da Gianni Minà, due mirabili interventi dedicati ad Ernesto Guevara che ne evidenziano tutto lo "spirito critico": l'uno di Roberto Fernández Retamar - [...] Lui mi dette il dattiloscritto della lettera a Carlos Quijano meglio nota come “Il socialismo e l’uomo a Cuba”; e io detti a lui il mio saggio “Martí nel suo [terzo] mondo”, da poco pubblicato sulla rivista “Cuba socialista”. Dopo aver letto la sua lettera, mi dichiarai  d’accordo sulla maggior parte del testo, ma gli feci presenti alcune discrepanze. Il Che mi suggerì di pubblicarle. Gli risposi con poche parole rudi, il cui concetto era che non credevo che ci fosse qualcuno, a Cuba, che osasse pubblicare le mie discrepanze con “l’eroe di Santa Clara” [così era conosciuto allora, per antonomasia, il Che]. Mi rispose: Io. Mi sono ricordato di come fosse amante della polemica; aveva perfino creato una rivista al Ministero dell’Industria a questo solo scopo [...] -, l'altro di Osvaldo Martínez, che presenta l'opera non ancora edita in Italia "Apuntes críticos a la economía política".

Leggere il numero di Latinoamerica qui solo brevemente presentato, mi ha fatto venire in mente un pensiero ad oggi castrato, perché legato ad una delle notizie più inutili, sporche, vigliacche e amorali che La Repubblica abbia mai pubblicato - quotidiano di centrosinistra, e lo ricordo per evidenziare come sia nei termini della logica che Libero o il Giornale berlusconiano pubblichino notizie inutili, sporche, vigliacche e amorali. Tirar fuori il pensiero, per quanto modesto, significa pure dar spazio a una notizia (notizia?) verso la quale non è difficile capire come io sia orientato - almeno dagli aggettivi usati per definirla (inutile, sporca, vigliacca, amorale).

Repubblica, in realtà, non fa altro che piazzare in prima pagina un'indiscrezione sulla salute di Fidel Castro raccolata dal Time Magazine. Fonte: "esponenti dell'intelligence americana". Chiosa: "si tratta, ovviamente, di un'indiscrezione non verificabile: lo stesso settimanale non esclude che possa non essere del tutto accurata."
Che è un passo in avanti, ben inteso: se per tutti gli articoli su Cuba fosse valsa la regola di discernere l'illazione dalla notizia - in modo manifesto, per quanto solo a fondo articolo - quanti articoli avrebbero perso quell'aura di giornalismo obiettivo e sopra le parti? Meglio, per quanti articoli sarebbe emersa in superficie l'essenza (diretta o indiretta, importata o esportata) di giornalismo terroristico?

A chi scrive non interessa sostenere che Castro abbia o non abbia il cancro, dacché vorrebbe dire rispondere ad una volgare illazione con una volgare illazione. Le ultime notizie che arrivano, non già da Cuba ma dagli Stati Uniti, e che non suppongo io ma che hanno come fonte Dagoberto Rodríguez (capo della Sezione di Interessi di Cuba a Washington), sono comunque d'altro tenore.

Però tengo a centrare un altro punto, che si pone ad un livello più generale: lo stato di salute di una persona, sia questa un capo di Stato o un cittadino titolare di diritti, fino a che punto può essere svenduto all'opinione pubblica?
Forzando il senso della domanda: i giornalisti di Repubblica e del Corriere si indignano - a ragione e senza torti, ma non è questo il punto - e scrivono articoli con l'accetta nel momento in cui uno dei loro giornalisti si scopre intercettato, ma nello stesso tempo non si tirano indietro nel rilanciare informazioni non verificate attenenti lo stato di salute di una persona (aspetto che ritengo non meno inviolabile dei più elementari diritti).

Il diritto di cronaca è una cosa, il dovere di porre un limite all'abuso di tal diritto è un'altra: se a Cuba si è scelto di non rilanciare un bollettino giornaliero, ritengo che non si possa parlare di diritto di cronaca nel senso di sostituire con il terrorismo mediatico (o, laddove non c'è strumentalità, con un'amoralità imbarazzante) quell'intervallo di tempo tra un riguardoso aggiornamento ufficiale sulle condizioni di salute e un altro.

Chiudo: il Time Magazine, per voce dell'intelligence americana, non dice niente di diverso da quello che - dall'alba dei tempi ad oggi - vendevano e vendono per vero le voci del Miami Herald sulla salute del cinquantenne Castro o dell'ottantenne Castro. Posso permettermi d'avanzare solo un'ipotesi sulla salute del Líder Máximo: se il salone del Palacio de la Revoluciòn adibito a laboratorio per il risparmio energetico, fosse stato usato per raccogliere i bollettini medici che arrivavano da Miami sulla salute di Castro, oggi il Líder Máximo si ritroverebbe con un salone pieno di incartamenti. E soprattutto con un'ipocondria a livelli cronici.

Ott 0623

Guatemala: piccole storie ignobili

Pubblicato da Web Rebelde alle 17:43 in Notizie dal mondo, Politica estera


Succede questo in Guatemala: in forza del diritto commerciale - supermercato dei diritti - la Corte de Constitucionalidad de la República de Guatemala riconosce ragione alla farmaceutica Lanquetin S.A., impresa privata appellatasi alla Corte proprio per denunciare la vendita ed impedire la distribuzione di quei medicinali che l'Instituto Guatemalteco de Seguridad Social (IGSS) aveva acquistato dall'Organizzazione Panamericana della Sanità; secondo la Lanquetin, e poi per la Corte Costituzionale, i farmaci più economici venduti dalla PAHO difettavano di registrazione sanitaria guatemalteca e doveva quindi esserne bloccata la diffusione. Da qui la mobilitazione dei familiari dei circa 6000 guatemaltechi affetti da patalogie croniche quali SIDA/AIDS, infermità cardiovascolari e del sistema nervoso centrale, sclerosi multipla e soprattutto insufficienza renale e cancro. Piccola storia ignobile, cantava Guccini: e d'ignobile c'è tutto, ma non il ripensamento della Corte, che - sollecitata dall'IGSS e dalle mobilitazioni dei familiari - ha rivisto la propria decisione e ammesso l'errore. I farmaci, va da sé, non difettavano d'alcun controllo sanitario di qualità.

Che quei farmaci non fossero farmaci qualunque, che fossero farmaci vitali, cambia il tono e il senso del discorso ma non lo stravolge. Perché impone una considerazione che vada oltre la notizia: su una popolazione totale fatta da 13 milioni di guatemaltechi, solo il 30% fruisce dell'assistenza sanitaria pubblica, perché solo il 30% può pagarsi l'assistenza sanitaria pubblica: e tra questi i 6.000 cittadini di cui sopra, la cui salute finisce in balia di avvocati, contratti, codici. Per gli altri ci penserà la Madonna.

Non servono molte indagini per capire che - in un conteso nel quale non c'è indicatore sociale esonerato dall'evidenziare una qualche disparità - l'assicurazione sanitaria sia in Guatemala un bene di lusso: basti dire, ma non basta, che se il 54% della popolazione è sotto la soglia di povertà, la media nasconde una ben più drammatica situazione delle popolazioni native, il cuore dell'America Latina; stesso discorso può valere per la mortalità materna ed infantile, per la denutrizione infantile (che riguarda il 72% dei bambini Maya nel primo anno di vita), per la quota d'analfabetismo, per il reddito medio, e per una copertura pensionistica privata ai 3/4 dei lavoratori (ma basterebbe chiedersi quanti arrivano alla pensione, di quei 3/4 perlopiù privi d'assistenza sanitaria). E se in Guatemala lavora da anni una brigata "Dottor Guevara de la Serna" fatta di chirurghi, psicologi, dentisti, ginecologi, ostetriche, infermieri, fisioterapisti, clinici, cardiologi e medici generali, sputatemi in faccia ma tra l'internazionalismo pacifico di una dittatura e il niente criminale di una democrazia criminale che non prova e non provoca imbarazzi per i genocidi di ieri e i crimini di oggi, non faccio fatica a scegliere. Incondizionatamente.

 Poi c'è Condoleezza Rice, figlia legittima di una vomitevole amministrazione (per amore di chiarezza): vorrebbe, questa, che D'Alema si schierasse a favore del cui sopra Guatemala al Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Da leggersi: fan meno rumore i desaparecidos guatemaltechi di una voce alternativa al blocco atlantico in sede ONU.

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